CORTINA RACCONTA - LA CINA È (TROPPO) VICINA
LA CINA È (TROPPO) VICINA
Evento del: 28/08/2010 16:30 - Audi Palace
Data articolo: 28/08/2010
​La prospettiva del G2, un tavolo economico bilaterale tra Stati Uniti e Cina, pare piuttosto azzardata: un po’ come autoinvitarsi al pranzo di matrimonio dimenticando i parenti più stretti. Tuttavia, il gigante giallo merita di sedere al tavolo di chi conta nella geopolitica mondiale, non è più uno dei paesi emergenti. Anzi: rischia di surclassare le vecchie potenze mondiali con la caparbietà ed il coraggio.

L’editorialista de La Repubblica Federico Rampini è profondo conoscitore del mondo asiatico, la sua attività si concretizza in un florilegio di testi che spiegano potenzialità e rischi della Muraglia. «Viviamo di pregiudizi. Conosciamo solo una visione erronea del mondo cinese ad una dimensione, in realtà ce sono diverse di Cine. Quella della pirateria, dei salari da terzo mondo, del lavoro minorile. Ma anche quella all’avanguardia nel settore industriale, in grado di rappresentare una spina nel fianco dei concorrenti, con questa seconda Cina possiamo e dobbiamo confrontarci». Suggerisce trucchi irrinunciabili ai produttori italiani, il maestro ha qualcosa da dirci: «un esempio esaltante è quello della Apple di Steve Job. L’azienda della tecnologia produce in Silicon Valley. Sul retro dei prodotti più invidiati, si può leggere “designed in California”». “Designed” vuol dire più che disegnato, si potrebbe tradurre con concepito, realizzato. In realtà i pezzi vengono dalla Cina: nessuno si straccia le vesti per questo. Dalla contraffazione, i produttori mongoli sono passati alla specializzazione nel mercato della componentistica tecnologica. Tuttavia il dibattito va integrato: «laggiù mancano ancora pluralismo e diritti politici, ma negli ultimi mesi ci sono stati una serie di scioperi: un ottimo segnale (dato che sono illegali, giacché esiste un sindacato unico, e le rivolte fino a poco tempo fa erano represse e censurate)». I tempi (storici, economici e culturali) non sono dei migliori, tuttavia non serve disperare: geni della cultura umana come Freud e Klint hanno dato il massimo di sé nei diversi campi proprio nel momento in cui l’impero austroungarico si disgregava. Il che non può che rappresentare un motivo di ottimismo per noi moderno.

Marco Vitale è un saggio economista, autore de “Passaggio al futuro. Oltre la crisi attraverso la crisi” (edito da Egea - Bocconi). Rievoca l’esperienza personale in Cina. Con sorpresa. Partito dall’Europa con un afflato di pregiudizi sull’economia che arrancava e sul regime che comprimeva sogni e bisogni dei cittadini con gli occhi a mandorla, si ritrovò a scoprire una realtà effervescente. Lo sviluppo si dimostrava una declinazione dalla realtà gialla, la Cina industriale era moderna oltre ogni attesa. E le opportunità per le imprese che andavano laggiù, ancora per delocalizzare, erano tantissime. Il sorriso di Domenico Arcuri, amministratore delegato Invitalia (quell’agenzia del governo che si assume il compito di attrarre investimenti stranieri sul territorio nazionale) è un’iniezione di fiducia. Di lui Enrico Cisnetto dice: «non è nuovo a miracoli, dunque anche l’economia potrebbe votarsi a lui e domandargli la grazia», è stato infatti nominato dal governo Prodi e confermato dall’attuale maggioranza. Continuità multicolore ed eventualità piuttosto rara, considerato il ciclico spoil system. Breve excursus: Invitalia è nata come Sviluppo Italia, oggi si è trasformata ed il suo ad dà i numeri: «siamo trentasettesimi nella classifica di chi attrae investimenti diretti dall’estero. Ovvero quasi ultimi. Ma siano noni in quella degli investimenti finanziari. Attenzione, però. Due terzi degli investimenti si sono collocati in Lombardia, il 99% nel territorio a nord di Roma». I veri problemi sono altri però, se l’Italia è ancora poco attrattiva lo dobbiamo a «un livello di stratificazione della burocrazia quasi insopportabile. Si ha a che fare con una molteplicità disomogenea, talvolta casuale, di enti pletorici. Manca anche la certezza delle regole e monta la sfiducia delle imprese estere».

Se a tutto ciò aggiungete il passaparola internazionale ed il gossip locale, otterrete un paesaggio desolante. Un ecosistema da migliorare.

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